“Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri”.
Niente meglio delle parole di Roland Barthes possono spiegare quel che è successo lo scorso settembre a Bisceglie. Dopo la fine della loro storia, un 36enne italiano non riesce proprio a dimenticare la sua ex fidanzata 27enne che l’ha lasciato per un altro.
Così mette in atto un piano diabolicamente geniale. Prime le sottrae le chiavi di casa rubandole la borsa; il giorno seguente si intrufola nell’abitazione e mentre la 27enne sta facendo una doccia, l’uomo tenta di folgorarla con un phon acceso. La ragazza fortunatamente riesce ad abbandonare il vano doccia e a chiedere aiuto ai vicini, mettendo in fuga l’uomo. “L’amavo così tanto che non potevo sopportare di perderla. Se non potevo averla io, non doveva averla nessun altro. ” dichiarerà lui sotto interrogatorio.
Ovunque ce n’è. Chiunque ne parla. Molti ne sono affetti. Quella specie di gomitolo di lana tra lo stomaco e il fegato che spinge a ritener vero tutto ciò in cui si crede. Non occorrono smentite o spergiuri, è così e basta. Alcuni la chiamano gelosia, ma troppe volte diventa ossessione. In cosa consiste realmente? E ancora, cosa spinge un uomo o una donna ad essere vittima di quell’impeto devastante ? La paura di non essere all’altezza del rivale, di perdere ciò che si ama. Forse. Anche se vederla in questo modo potrebbe sembrare troppo semplice. E in parte potrebbe esser vero. D’altronde parlando di difetti umani, è ovvio ritenere ogni tentativo di chiarificazione, che non svisceri le profondità della mente, banale. Ma per la gelosia è diverso. L’erba del vicino sarà sempre più verde. L’altro sempre migliore di te.
Così quando saziarsi di quelle poche briciole che rimangono è in assoluta l’ultima delle possibilità, si tenta l’impossibile. Ma l’impossibile spesso si trasforma in appostamenti sotto casa, ingiurie, minacce, aggressioni, pedinamenti, incursioni notturne nell’abitazione e sul luogo di lavoro. Gesti disperati con l’intento di ricondurre a sé l’oggetto del nostro amore che qualcun altro sta tentando di portarci via. Un esasperato sentimento di proprietà, per usare le parole dello scrittore francese Paul Brulat.
Patologia e casi drammatici a parte, la cosa è semplice. I bambini piangono se qualcuno porta via il loro lecca-lecca. E sebbene si cresca, l’abitudine di piagnucolare rimane sempre. Si può tentare di andare avanti senza dar peso alla cosa, ma quando si sa – ed è chiaro – che si perde, voltare pagina è difficile e si tenta di mantenere ugualmente lo stesso rapporto.
Ma per quanto tempo siamo disposti ad accudire un gatto che fa le fusa a qualcun altro ?
Ma per quanto tempo siamo disposti ad accudire un gatto che fa le fusa a qualcun altro ?
(CREDITS – Tumblr)




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