Si dice che
senza grandi turbamenti interiori non ci sarebbe arte.
I poemi migliori,
i quadri più incantevoli e le commedie più affascinanti nascono sempre dalla
penna o dal pennello dei più profondi soffritori.
L’opinione
comune è che soltanto nel dolore più radicato si può trovare un barlume di
luce, uno spiraglio di gioia, la vera bellezza.
Forse, non ci
sarebbe stata nessuna Divina Commedia se Dante fosse stato con Beatrice o
probabilmente Petrarca avrebbe lasciato a casa carta e inchiostro per uscire
beatamente a passeggio con Laura.
In una realtà in
cui il male di vivere colpisce indistintamente tutti, la tristezza diventa la
sola chiave di volta per il successo di chi si offre come ambasciatore delle
proprie e delle altrui pene. Non posso fare a meno di chiedermi: la felicità,
per invidia e per gelosia, separa quello che il dolore, per compassione e forse
per ipocrisia, unisce?
Forse è davvero
così: gioiamo da soli e soffriamo in compagnia sotto lo stesso cielo.
Non ci curiamo
degli altri nei bei momenti tentando di goderci ogni istante, per poi
desiderare la presenza altrui nelle sofferenze.
Dipingiamo,
cantiamo e scriviamo la nostra vita per sfogo e per liberazione, usciamo e
andiamo a vivere davvero per felicità e contentezza.
Sono stata “accusata”
di eccessiva malinconia e melanconia negli ultimi miei scritti.
Chiedo venia per
questo. Ma con quale obbiettività potrei scrivere se non mi attenessi davvero ai
miei sentimenti?
L’ipocrisia è un
sentimento che non mi è mai appartenuto e spero mai mi appartenga, così come il
fare finta di niente quando tutto, o anche niente, va a rotoli.
Così, mi ritrovo qui, a chiedere la vostra benevolenza nel giustificare quanto di più naturale io possa aver fatto. Dopo tutto, la scrittura non è forse la più intima rappresentazione delle proprie sensazioni?
Così, mi ritrovo qui, a chiedere la vostra benevolenza nel giustificare quanto di più naturale io possa aver fatto. Dopo tutto, la scrittura non è forse la più intima rappresentazione delle proprie sensazioni?
Generalmente
nella buona sorte si esce e si supera ogni cosa (malattie, separazioni,
dissesti economici) ma nell’uscirne bisogna vedere anche come poi si procede
avanti.
Il fatto di
essersi salvati, troppo spesso, non è poi garanzia di felicità.
Come un muro
in cui hai messo dei chiodi, tolti i chiodi rimarranno comunque i buchi.
Le cose brutte
si archiviano ma “ i segni quelli non si può, che non è il male né la botta ma purtroppo il livido” che lasciano. Le cicatrici rimangono, eccome se rimangono,
anche solo per ricordarti di non sbagliare ancora, di fare più attenzione la
prossima volta.
Ma per andare
davvero avanti bisogna lasciare il resto indietro.
Il più grande
atto di coraggio che l’uomo può compiere non è amare, no, quello spesso viene
naturale. Il più grande atto di coraggio che l’uomo può compiere è scegliere di
essere felice, con la consapevolezza che a scottarsi con il fuoco ci si mette
niente e che le avversità sono dietro l’angolo. Solo chi ha davvero conosciuto
il male ed è ancora felice ha scoperto il vero segreto della vita.
Non posso
promettere che da oggi in poi nei miei testi ci saranno solo peonie e cupcakes,
nemmeno la più rosea prospettiva potrebbe cambiare così tanto le carte in
tavola, ma posso promettervi, e in questo invito anche voi a farlo, di avere
sempre il coraggio e la forza d’animo di andare avanti. Vi stesse anche cadendo
il mondo addosso. Fosse anche l’ultima cosa che vi rimane da fare.
In fin dei conti: La vita non è aspettare che passi la tempesta... ma imparare a ballare sotto la pioggia.
A tutti coloro che soffrono davvero, con la speranza di ritornare ad essere presto felici.
Sempre, comunque e nonostante.
In fin dei conti: La vita non è aspettare che passi la tempesta... ma imparare a ballare sotto la pioggia.
A tutti coloro che soffrono davvero, con la speranza di ritornare ad essere presto felici.
Sempre, comunque e nonostante.
Credits- Tumblr





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