lunedì 19 maggio 2014

Ho messo via


Si dice che senza grandi turbamenti interiori non ci sarebbe arte.
I poemi migliori, i quadri più incantevoli e le commedie più affascinanti nascono sempre dalla penna o dal pennello dei più profondi soffritori.
L’opinione comune è che soltanto nel dolore più radicato si può trovare un barlume di luce, uno spiraglio di gioia, la vera bellezza.
Forse, non ci sarebbe stata nessuna Divina Commedia se Dante fosse stato con Beatrice o probabilmente Petrarca avrebbe lasciato a casa carta e inchiostro per uscire beatamente a passeggio con Laura.

In una realtà in cui il male di vivere colpisce indistintamente tutti, la tristezza diventa la sola chiave di volta per il successo di chi si offre come ambasciatore delle proprie e delle altrui pene. Non posso fare a meno di chiedermi: la felicità, per invidia e per gelosia, separa quello che il dolore, per compassione e forse per ipocrisia, unisce?
Forse è davvero così: gioiamo da soli e soffriamo in compagnia sotto lo stesso cielo.
Non ci curiamo degli altri nei bei momenti tentando di goderci ogni istante, per poi desiderare la presenza altrui nelle sofferenze.
Dipingiamo, cantiamo e scriviamo la nostra vita per sfogo e per liberazione, usciamo e andiamo a vivere davvero per felicità e contentezza.

Sono stata “accusata” di eccessiva malinconia e melanconia negli ultimi miei scritti.
Chiedo venia per questo. Ma con quale obbiettività potrei scrivere se non mi attenessi davvero ai miei sentimenti?
L’ipocrisia è un sentimento che non mi è mai appartenuto e spero mai mi appartenga, così come il fare finta di niente quando tutto, o anche niente, va a rotoli.
Così, mi ritrovo qui, a chiedere la vostra benevolenza nel giustificare quanto di più naturale io possa aver fatto. Dopo tutto, la scrittura non è forse la più intima rappresentazione delle proprie sensazioni?  

Generalmente nella buona sorte si esce e si supera ogni cosa (malattie, separazioni, dissesti economici) ma nell’uscirne bisogna vedere anche come poi si procede avanti.
Il fatto di essersi salvati, troppo spesso, non è poi garanzia di felicità.
Come un muro in cui hai messo dei chiodi, tolti i chiodi rimarranno comunque i buchi.
Le cose brutte si archiviano ma “ i segni quelli non si può, che non è il male né la botta ma purtroppo il livido” che lasciano. Le cicatrici rimangono, eccome se rimangono, anche solo per ricordarti di non sbagliare ancora, di fare più attenzione la prossima volta.
Ma per andare davvero avanti bisogna lasciare il resto indietro.
Il più grande atto di coraggio che l’uomo può compiere non è amare, no, quello spesso viene naturale. Il più grande atto di coraggio che l’uomo può compiere è scegliere di essere felice, con la consapevolezza che a scottarsi con il fuoco ci si mette niente e che le avversità sono dietro l’angolo. Solo chi ha davvero conosciuto il male ed è ancora felice ha scoperto il vero segreto della vita.

Non posso promettere che da oggi in poi nei miei testi ci saranno solo peonie e cupcakes, nemmeno la più rosea prospettiva potrebbe cambiare così tanto le carte in tavola, ma posso promettervi, e in questo invito anche voi a farlo, di avere sempre il coraggio e la forza d’animo di andare avanti. Vi stesse anche cadendo il mondo addosso. Fosse anche l’ultima cosa che vi rimane da fare.
In fin dei conti: La vita non è aspettare che passi la tempesta... ma imparare a ballare sotto la pioggia.

A tutti coloro che soffrono davvero, con la speranza di ritornare ad essere presto felici.
Sempre, comunque e nonostante.




Credits- Tumblr

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