All’inizio non
capivo mio padre quando mi ripeteva che sarebbe stato il periodo più bello
della mia vita. Ho sempre pensato che l’università, la libertà di vivere da
soli, in un’altra città (La città) mi avrebbero dato ciò che dall’età di 8 anni
ho sempre cercato invano di avere: l’indipendenza.
Ma poi è saltato fuori che da grandi libertà derivano anche grandi responsabilità e che se torni tardi dopo una giornata di lezioni-traffico capitolino-sciopero dei mezzi-pioggia e vuoi mangiare, è bene che ti alzi dal divano e ti prepari qualcosa perché mamma non c’è.
Ma poi è saltato fuori che da grandi libertà derivano anche grandi responsabilità e che se torni tardi dopo una giornata di lezioni-traffico capitolino-sciopero dei mezzi-pioggia e vuoi mangiare, è bene che ti alzi dal divano e ti prepari qualcosa perché mamma non c’è.
Certo che
ricordo i miei esami di maturità.
Era il 2011 e
avevo appena vissuto i mesi più belli della mia vita.
La classe era diventata
una seconda famiglia per me e per gli altri.
Una volta
suonata la campanella concedevo a mia mamma giusto il tempo di un veloce pranzo
per poi precipitare sul divano al telefono con un amico fino al momento in cui
non mi fossi vista con gli altri per “studiare”. Ricordo grandi indigestioni:
di storia e gelati. Il ripasso dell’intero programma di Italiano a casa di Bea,
con Roma di Nespresso (forse il mio futuro era già stato scritto) e in costume,
perché quei 35 gradi della conca ternana proprio non si sopportavano.
L’organizzazione del ballo d’Istituto: “Sogno di una notte d’inizio estate”. I cento
giorni nella villetta di Pontecuti, tanto “quello che è successo a Pontecuti
rimane a Pontecuti”.
E ancora Seneca, Polibio e Hegel. I venerdì sera al
Tennis Club perché ormai la scuola stava per finire, tanto valeva divertirsi
per bene.
Il concerto di Jovanotti quello della “bella vita che auguro ai miei
amici, a chi si perde tra mille incroci e a chi la augura anche a me”. La cena di classe a casa della prof. di Matematica, perché in fondo eravamo un po’
tutti figli suoi. L’ultima notte: 3 ore di sonno prima di infrangere, in
macchina con Lalla, tutti i segnali stradali possibili e immaginabili. L’ultimo
appello. L’ultimo ritardo (di Scatolini ovviamente).
Il rinfresco in
classe, le foto di rito, i balletti in corridoio. I cartelloni sul muro e la
nube di fumo in bagno. Le risate spensierate di chi pensa davvero di essere il
più grande spettacolo dopo il bigbang. Le lacrime di chi sa che d’ora in avanti
la pacchia è finita.
Il 21 giugno la notte prima del primo scritto. La tranquillità di una pizza con
Fede e Elena e la notizia del ricovero di nonna. Il mattino seguente: kit da
Tema (succhi di frutta, acqua, pizza e merendine) perché non si sa mai la fame
e la sete che ti possono prendere in 6 lunghissime ore e l’in bocca al lupo di
quella grande donnina che, nonostante sia in un letto d’ospedale dal quale non si
alzerà più, ti dimostra ancora una volta di essere il suo unico pensiero. La corsa sulle scale per prendere i banchi in fondo e le tracce. Anche lì il
destino aveva messo le mani: ovviamente l’amore, come se quello fosse stato
l’unico tema di cui nella vita avrei dovuto scrivere.
Seneca in seconda prova e
le troppe materie in terza.
Finiscono gli
scritti poi gli orali. La sera prima al Rendez-Vous perché l'ansia è troppa per stare a casa con Venditti che canta "Notte prima degli esami". Il grande giorno con l’ipod in cortile ad aspettare il turno e chi non è
mai arrivato. Quella tesina sulle pubbliche relazioni e la chiacchierata di
italiano, latino e greco.
La domanda di
storia , poi quella di matematica e il pensiero che forse quelle due materie le
avrei dovute studiare di più.
Una stretta di mano e quindi la Libertà.
La foto con “Gente Ottimista” che così ottimista non fu mai più. Il tavolo
“maturati” per la sera. Il viaggio a Palma de Maiorca qualche giorno dopo.Certo che ricordo i miei esami di maturità.
Era il 2011 e
avevo appena vissuto i mesi più belli della mia vita.
Alla mia classe, alle persone che dopo 3 anni sono ancora pezzi di cuore e a chi non saluta più.
Ai professori, che dopo 3 anni hanno ancora il piacere di cenare con noi.
A tutti voi che con gli esami ci state combattendo ora, ma che ci combatterete per sempre, perché in fondo: gli esami non finiscono mai.




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